Il colore viola

Il colore viola

1985 ‧ Drammatico/Storia ‧ 2h 34m

Diretto da Steven Spielberg e tratto dall’omonimo romanzo di Alice Walker, Il colore viola rappresenta una delle opere più atipiche della filmografia del regista statunitense, un dramma storico e intimista che si allontana dalle coordinate spettacolari del suo cinema per confrontarsi con una narrazione profondamente radicata nella sofferenza individuale, nella discriminazione razziale e nella progressiva conquista dell’identità femminile. Ambientato nella Georgia rurale dei primi decenni del Novecento, il film costruisce il proprio universo narrativo attraverso la vicenda di Celie, interpretata da Whoopi Goldberg, una donna afroamericana costretta a subire violenze, umiliazioni e privazioni affettive, il cui percorso esistenziale si sviluppa attraverso una lenta e dolorosa presa di coscienza. Dal punto di vista registico, Spielberg adotta un approccio che privilegia la leggibilità drammatica e la partecipazione emotiva dello spettatore. La messa in scena alterna momenti di crudezza a sequenze di maggiore lirismo, ricercando un equilibrio tra realismo sociale e rappresentazione melodrammatica. La regia dimostra una notevole capacità nel dirigere gli attori e nel conferire alle relazioni interpersonali una precisa funzione narrativa, sebbene in alcuni passaggi la tendenza a sottolineare emotivamente gli eventi finisca per attenuare la complessità delle situazioni rappresentate. La sofferenza di Celie viene infatti costruita attraverso una successione di episodi che, pur delineando con efficacia il suo progressivo annullamento psicologico, talvolta privilegiano l’accumulo del pathos rispetto a un’indagine più sfumata delle dinamiche sociali e culturali. Particolarmente significativa è la fotografia di Allen Daviau, che contribuisce a definire l’identità visiva dell’opera attraverso una composizione attentamente calibrata e un uso espressivo della luce naturale. Gli spazi rurali, i campi, le abitazioni e gli ambienti domestici non costituiscono semplici fondali, ma assumono una valenza simbolica, contrapponendo l’ampiezza del paesaggio alla condizione di costrizione vissuta dalla protagonista. La natura diventa così una presenza visiva ricorrente, capace di suggerire tanto la durezza dell’ambiente sociale quanto la possibilità di una riconciliazione con sé stessi. Anche la tavolozza cromatica svolge una funzione narrativa: i colori della terra e della vegetazione conferiscono al racconto una dimensione quasi pittorica, mentre il viola evocato dal titolo richiama la capacità di riconoscere la bellezza e il valore dell’esistenza anche all’interno di un contesto dominato dalla violenza. Il montaggio segue prevalentemente una struttura cronologica, accompagnando l’evoluzione della protagonista attraverso salti temporali e passaggi che condensano periodi significativi della sua vita. Il ritmo narrativo è volutamente disteso, in modo da permettere agli eventi di sedimentare e alle trasformazioni interiori di emergere gradualmente. Questa impostazione favorisce la comprensione del percorso di Celie, ma determina anche alcune discontinuità nell’equilibrio complessivo del racconto: la vastità dell’arco temporale e la quantità di vicende affrontate producono talvolta una sensazione di frammentarietà, come se alcuni snodi psicologici fossero più raccontati che pienamente sviluppati attraverso la costruzione delle scene. Il film conserva comunque una buona continuità emotiva, sostenuta dalla ricorrenza di immagini, luoghi e relazioni che collegano le diverse fasi della narrazione. La sceneggiatura, firmata da Menno Meyjes, opera una sintesi del romanzo originale concentrandosi soprattutto sul percorso di emancipazione di Celie e sul rapporto con le figure femminili che contribuiscono a modificare la percezione che la protagonista ha di sé stessa. In questo senso, la relazione con Shug Avery, interpretata da Margaret Avery, costituisce uno dei passaggi fondamentali dell’opera: attraverso di essa, la protagonista entra progressivamente in contatto con una diversa concezione della libertà, del desiderio e dell’autodeterminazione. Il racconto affronta inoltre il tema della violenza patriarcale senza limitarlo alla contrapposizione tra singoli individui, suggerendo come i rapporti di potere siano alimentati da strutture sociali capaci di perpetuare la subordinazione femminile. Tuttavia, l’adattamento tende a semplificare alcuni aspetti più controversi e articolati del romanzo, privilegiando una progressione drammatica accessibile a un pubblico ampio. Sul piano interpretativo, Whoopi Goldberg offre una prova di notevole controllo espressivo. La sua Celie è costruita attraverso una recitazione trattenuta, nella quale la postura, lo sguardo e i silenzi assumono spesso un’importanza superiore alla parola. L’attrice evita di trasformare sistematicamente il dolore in manifestazione esplicita, restituendo piuttosto il processo attraverso cui la protagonista interiorizza le violenze subite e, gradualmente, sviluppa una nuova consapevolezza della propria dignità. Accanto a lei, Oprah Winfrey, nel ruolo di Sofia, imprime al film una presenza energica e fisicamente incisiva, mentre Margaret Avery conferisce a Shug una sensualità complessa, che si sottrae almeno in parte alle convenzioni morali dell’ambiente rappresentato. Danny Glover, nei panni di Albert, costruisce invece un personaggio inizialmente dominato dall’autorità e dalla sopraffazione, contribuendo a rendere tangibile il sistema di potere entro cui si svolge la vicenda. La colonna sonora di Quincy Jones accompagna il racconto con una partitura che integra suggestioni orchestrali e riferimenti alla tradizione musicale afroamericana. La musica svolge una funzione prevalentemente emotiva e atmosferica, rafforzando i passaggi più intensi senza sostituirsi completamente alla dimensione visiva. Il rapporto tra musica, canto e narrazione contribuisce inoltre a restituire la vitalità di una comunità che, pur segnata dalla discriminazione, conserva forme di espressione culturale e di resistenza. In questo contesto, le sequenze musicali assumono un significato che va oltre la semplice parentesi spettacolare, diventando momenti nei quali i personaggi possono manifestare sentimenti e identità normalmente repressi. Nel complesso, Il colore viola è un’opera importante soprattutto per la capacità di tradurre un articolato percorso di sofferenza e rinascita in un linguaggio cinematografico accessibile, visivamente ricco e sostenuto da interpretazioni di forte intensità. La sua principale qualità risiede nella costruzione della protagonista e nell’uso della fotografia come strumento di caratterizzazione emotiva; i limiti emergono invece nella tendenza melodrammatica della regia e in una sceneggiatura che, nel condensare il materiale letterario, riduce talvolta le ambiguità e le contraddizioni dell’opera originale. Spielberg dimostra comunque una notevole sensibilità nel rappresentare il passaggio dalla subordinazione all’autonomia, facendo della progressiva riconquista della dignità personale il vero centro del film. Più che un semplice racconto di riscatto, Il colore viola si configura così come una riflessione sulla possibilità di ricostruire la propria identità attraverso la solidarietà, la memoria e la riscoperta del valore individuale.

 


Trama – fonte: www.comingsoon.it

Il Colore Viola, il film drammatico del 1985 diretto da Steven Spielberg, racconta la condizione delle donne afro-americane agli inizi del XX secolo attraverso la storia lunga quaranta anni di una di loro. Nei primi anni del ‘900, in Georgia, la sedicenne Celie Harris (Desreta Jackson in Celie da ragazzina, poi Whoopi Goldberg), a seguito delle violenze sessuali subite dal padre (Leonard Jackson), partorisce due bambini che le vengono tolti con la forza per affidarli in adozione. Il padre, a questo punto, decide di disfarsi della ragazza, dandola in moglie ad Albert Johnson (Danny Glover), un vedovo con tre figli che tutti chiamano Mister. Nella nuova casa il destino di Celie non cambia, ancora stupri e percosse per lei, non conosce affetto se non quello della sorella minore Nettie (Akosua Busia), che la raggiunge nella nuova casa per sfuggire agli abusi del padre. Nel periodo in cui vivono insieme, Nettie insegna a Celie a leggere e scrivere ma, un giorno, decide di scappare perché Mister inizia a riservarle attenzioni inopportune che, presto, si trasformeranno in nuove violenze. Prima di andare, però, Nettie promette alla sorella maggiore che mai, per nessun motivo, smetterà di scriverle, fino al giorno della sua morte. Ma nessuna delle sue lettere arriverà mai alla destinataria, perché Mister le intercetterà tutte e le nasconderà sotto un’asse del pavimento. Passano gli anni e ritroviamo Celie adulta, completamente rassegnata al proprio destino, così sottomessa da considerare ormai giusto e normale il modo in cui viene trattata. Quando Harpo (Willard Pugh), il figlio maggiore di Mister, le chiede se deve picchiare la moglie Sofia (Oprah Winfrey) per renderla più ubbidiente, come gli ha consigliato il padre, Celie risponde di sì, vedendo la violenza come unica relazione possibile fra un uomo e una donna. Nessuno squarcio di consapevolezza si insinua nella mente di Celie fino a quando nella sua vita non entra Shug Avery (Margaret Avery), cantante e ballerina ex amante di Mister, una donna indipendente e ribelle che instaura con Celie un rapporto molto profondo.


Cast – fonte: www.comingsoon.it


Trailer


Riconoscimenti – fonte: www.mymovies.it

Il film ottenne ben dieci nomination ai Premi Oscar del 1986:

    • Nomination Miglior film
    • Nomination Miglior attrice a Whoopi Goldberg
    • Nomination Miglior attrice non protagonista a Margaret Avery, Oprah Winfrey
    • Nomination Miglior sceneggiatura non originale a Menno Meyjes
    • Nomination Miglior fotografia a Allen Daviau
    • Nomination Miglior colonna sonora originale a Randy Kerber, Jerry Hey, Jack Hayes, Fred Steiner, Joel Rosenbaum, Chris Boardman, Andraé Crouch, Caiphus Semenya, Rod Temperton, Quincy Jones, Jorge Calandrelli, Jeremy Lubbock
    • Nomination Miglior canzone a Quincy Jones, Rod Temperton, Lionel Richie
    • Nomination Miglior scenografia a Linda DeScenna, J. Michael Riva
    • Nomination Migliori costumi a Aggie Guerard Rodgers
    • Nomination Miglior trucco a Ken Chase

Curiosità – fonte: WEB

1 – I dubbi di Spielberg.
Inizialmente Steven Spielberg si sentiva molto insicuro all’idea di dirigere il film. La sua prima risposta a Quincy Jones (produttore) fu un “no”, perché riteneva di non avere una conoscenza adeguata del profondo Sud americano e pensava che una storia così delicata dovesse essere diretta da una persona di colore.

2 – La nascita del figlio sul set.
Steven Spielberg è diventato padre per la prima volta durante la produzione del film ed è stato chiamato d’urgenza via dal set proprio mentre stava preparando la prima scena in cui Celie partorisce, dovendo lasciare temporaneamente la regia al suo assistente. Spielberg ha poi inserito il suono del pianto del suo vero neonato all’interno della scena del parto del film.

3 – Il debutto di Whoopi Goldberg e Oprah Winfrey.
Il film ha segnato l’esordio cinematografico ufficiale di Whoopi Goldberg (che prima lavorava principalmente a teatro) e ha lanciato la carriera cinematografica di Oprah Winfrey, che all’epoca era una conduttrice televisiva locale a Chicago.

4 – Il record di candidature senza vittorie.
Nonostante abbia ricevuto ben 11 candidature ai Premi Oscar, il film non riuscì a vincere nemmeno una statuetta, un caso piuttosto raro nella storia dell’Academy per un titolo così acclamato.

5 – Il legame letterario.
Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Alice Walker, pubblicato nel 1982 e vincitore del Premio Pulitzer (la prima volta per un’autrice afroamericana).


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