Amarcord

Amarcord

1973 ‧ Drammatico/Commedia drammatica ‧ 2h 7m

Amarcord (“Io mi ricordo” in dialetto romagnolo) è la maturazione artistica del grande Federico Fellini, il capitolo del suo libro di immagini che ha definitivamente conquistato la critica internazionale. Palchi importanti hanno applaudito all’ennesimo racconto onirico del grande artista, tutti accomunati dalla nostalgia degli accadimenti della propria infanzia, dei luoghi vissuti, degli amici andati. Ognuno di noi conserva nel cuore e nella mente ricordi, mitizzati, alterati, comunque gelosamente custoditi: Fellini è stato capace di portarli alla luce, semplicemente raccontando gli anni della sua infanzia, della sua adolescenza, fedelmente a come la sua mente ed i suoi sentimenti li rievocano. Sono i primi anni ’30, quando Fellini rielabora la propria adolescenza, attraverso le storie dei personaggi del Borgo, ma non lo fa seguendo il tessuto narrativo classico e solido mostrato ne I Vitelloni (1953), lo fa con una narrazione frammentata come lo possono essere i suoi ricordi: eventi reali come la corsa Mille Miglia, le adunate fasciste, il rito della “fogazzata”, gli sceicchi al Grand Hotel di Rimini, il passaggio in riviera adriatica del Transatlantico Rex, vengono trasfigurati attraverso la lente grandangolare del ricordo. La Volpina (Josiane Tanzulli), La Gradisca (Magali Noël), lo Zio matto (Ciccio Ingrassia), la suora nana, la tabaccaia (Maria Antonietta Beluzzi), gli insegnanti della scuola, i gerarchi fascisti perdono le connotazioni reali per diventare bozzetti animati, disegni caricaturali come nella splendida locandina a firma di Giuliano Geleng. Anche se il fine di Fellini era quello di non fare un film politico, non resiste a portare il suo pensiero sul grande schermo, scendendo sino alle radici ideologiche del fascismo, disegnandolo come quella patologia da sempre presente nell’italiano, che non lo erge ad uomo maturo, ma lo pone alla costante ricerca di una guida autoritaria. Da qui, il conseguente ritratto di un’Italietta meschina, abbagliata dal mito del super uomo virile che però ha enormi complessi sessuali: Titta (Bruno Zanin) che non riesce a possedere la generosa tabaccaia, le camicie nere che sparano al grammofono che suona le note dell’Internazionale, il modo come vengono raffigurate le donne sono tutti eventi che riflettono l’immaginario maschile ipertrofico di quegli anni. Ma tutto questo enfatizzare i ricordi, narrandoli come se fosse una comica, non è altro che l’abilità narrativa di Fellini nell’innescare una velata disillusione malinconica dei propri desideri: la Gradisca vuole solo sposarsi e smettere di essere una figura leggendaria del Grand Hotel; Titta viene strappato dalla spensieratezza della adolescenza a causa della malattia della madre; il nonno si perde nella nebbia e si muove in una zona dell’oltretomba come anima errante. Questa tristezza ritrovata è ancor di più enfatizzata dalla musica di Nino Rota e dalle sfumature drammatiche scolpite addosso ai personaggi da Tonino Guerra, nella stesura della sceneggiatura. Amarcord è dunque un condensato di contraddizioni che riflettono l’amore/odio dell’uomo Federico Fellini verso la sua terra natia, Rimini, un universo che si divide tra sacro e profano, follia e ragione. Un tale sentimento è comune a tutti gli spettatori di ogni genere, estrazione sociale, nazionalità e pertanto, premiato con grande merito come miglior film straniero nella notte degli Oscar del 1975.

 


Trama – fonte: www.comingsoon.it

Amarcord è un film del 1973 diretto da Federico Fellini che ne firma la sceneggiatura insieme a Tonino Guerra. La vicenda narra la vita che si svolge nell’antico borgo di Rimini da una primavera all’altra, nei primi anni Trenta. Un anno esatto di storia, dove si assiste ai miti, ai valori e al quotidiano di quel tempo attraverso gli abitanti della provinciale cittadina: la provocante parrucchiera Gradisca, la sciocca Volpina, una tabaccaia mastodontica, un ampolloso avvocato dalla facile retorica, un emiro dalle cento mogli, il matto Giudizio e un motociclista esibizionista. Tutti loro interagiscono col folklore delle feste paesane, le adunate del “sabato fascista”, attendono al chiaro di luna il passaggio del transatlantico Rex e la famosa gara automobilistica delle Mille Miglia. Ma i veri protagonisti sono i sogni ad occhi aperti dei giovani del paese, presi da una prepotente esplosione sessuale. Tra questi adolescenti emerge Titta, che cresce subendo condizionamenti sia fuori che dentro le mura domestiche. La sua vita si divide tra l’inarrivabile Gradisca, i grossi seni della tabaccaia e i balli d’estate al Grand Hotel spiati da dietro le siepi. La sua famiglia è composta dal padre Aurelio (Armando Brancia), un piccolo impresario edile perennemente in discordia con la moglie Miranda (Pupella Maggio), lo zio Pataca, che vegeta alle spalle dei parenti, lo zio Teo (Ciccio Ingrassia), ricoverato in manicomio e il nonno che scoppia di salute e non si fa mancare delle libertà con la domestica.


Cast – fonte: www.comingsoon.it


Trailer


Riconoscimenti – fonte: www.mymovies.it

Il film ottenne ben tre candidature ai Premi Oscar del 1975, portandosi a casa una statuetta:
Miglior film straniero

Le altre nomination furono:
Nomination Miglior regia a Federico Fellini
Nomination Miglior sceneggiatura originale a Tonino Guerra, Federico Fellini


Curiosità – fonte: www.vanityfair.it

1. Il Titolo.
Amarcord, una contrazione della frase romagnola “a m’arcord” (“io mi ricordo“), è diventato un neologismo della lingua italiana con il significato di rievocazione-nostalgica.

2. Il protagonista.
È il film più autobiografico del regista riminese che ricorda attraverso lo sguardo del suo alter ego, Titta Biondi (pseudonimo per Luigi Benzi, amico d’infanzia di Fellini), la sua giovinezza. Il Maestro dice “addio” a Mastroianni per il “colpo di fulmineBruno Zanin: 22enne veneto piombato a Cinecittà per caso e scritturato lì su due piedi.

3. La Locandina.
La locandina come i titoli di testa sono opera del grafico statunitense John Alcorn.

4. La rievocativa colonna sonora.
Porta la firma di Nino Rota: monumentale compositore per Fellini e premio Oscar per Il Padrino.

5. Costumi e scenografia.
Sono opera di Danilo Donati, Oscar per i costumi rinascimentali di Romeo e Giulietta (1968) dell’amico Zeffirelli. La doppietta arrivò grazie alla seconda collaborazione con Fefè ne Il Casanova di Federico Fellini (1976).

6. La fotografia.
È firmata da Giuseppe Rotunno: storico collaboratore di Fellini, fu candidato all’Oscar per All That Jazz (1979) di Bob Fosse.

7. La Gradisca.
La scollacciata, Edwige Fenech, doveva dare volto e corpo alle fantasie sessuali del Fellini-pubescente ma, poco prima di firmare il contratto, il regista cambiò idea perché l’attrice (troppo magra secondo i suoi standard) non riusciva a prendere chili; quindi optò per la prorompente Magali Noël.

8. Nato ai bordi di periferia.
Nella scena dove i bambini lanciano palle di neve, compare il decenne Eros Ramazzotti.

9. L’omaggio di Woody Allen.
Nel 1987, l’occhialuto regista newyorkese dirige la musa Mia Farrow in Radio Days ispirandosi, proprio, ad Amarcord.

10. Le citazioni di Terry Gilliam.
Quindici anni dopo, Mr. Monty Python si avvarrà del direttore della fotografia Giuseppe Rotunno per dirigere Le avventure del barone di Munchausen in un harem pieno zeppo di matrone felliniane.

11. Principe azzurro cercasi (2004).
La locandina di Amarcord è affissa sulle pareti della cameretta dell’aspirante al trono, Anne Hathaway.

12. Grand Hotel di Rimini.
Monumento nazionale dal 1994, l’imponente struttura Liberty è legata al nome di Fellini che nelle sontuose stanze ambientò alcune scene del film. Inaugurato nel 1908 sul progetto dall’architetto Paolito Somazzi, fu simbolo della Rimini balneare con le sue 200 camere, le terrazze, i saloni delle feste e il parco che porta il nome del regista.

13. Mezzogiorno di fuoco con Fellini.
Durante il film viene proiettato Beau Geste (1939) con Gary Cooper che compare in due locandine di pellicole-fittizie quali La valle dell’amore e Il sole del deserto.

14. Ciccio Ingrassia.
La metà-dinoccolata di Franco Franchi compare nel ruolo dello zio matto di Rimini ma si rifiuta di doppiare il suo personaggio perché non riusciva a parlare in romagnolo. Il comico fa anche un cameo come carabiniere alla parata fascista.

15. Il Principe.
Marcello Di Falco rispose così al pignolo Fefè: «Maestro, lei è il più grande genio al mondo e può fare tutto tranne insegnarmi a fare il frocio!». Nell’87, volò a Casablanca per diventare Marcella: la prima donna apertamente sottopostasi a un’operazione per il cambio di sesso a coprire una carica pubblica (quella di Presidente del MIT). Scompare a 67 anni.

16. La telefonata di Albertone.
Fu uno squillo dell’amico Sordi (durante la notte degli Oscar del 1975) a riferire al regista la quadripletta per il Miglior Film Straniero.

17. Un errore a Mille Miglia.
I manifesti che promuovono la Mille Miglia indicano la corsa della VII edizione tenutasi nella primavera del 1933 ma il film di Gary Cooper, Beau Geste, non è stato rilasciato fino al 1939, anno in cui la Mille Miglia non si svolse.

18. Il plauso di Hitch.
Con l’uscita di Amarcord, il celebre critico Roger Ebert segnalò Fellini tra i cinque più grandi registi di tutti i tempi e il cineasta Alfred Hitchcock si riferì a lui con l’epiteto di “Maestro”.

19. “The Fantastic World of Fellini!”.
Questa fu l’entusiastica tagline con cui fu lanciato oltreoceano il capolavoro Amarcord.

20. Un Fellini mai visto prima.
Dalla troupe che ondeggia i teli per simulare il mare nella sequenza del Rex alla mano di Fefè nell’inquadratura che aggiusta il cappello del sacerdote fino al truccatore che sfuma l’ombretto alla Gradisca. La versione restaurata a Venezia 72 è stata accompagnata da “Amarcord Fellini“, 8 minuti di materiale inedito montato da Tornatore.



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