La corazzata Potëmkin

La corazzata Potëmkin

1925 ‧ Guerra/Thriller ‧ 1h 15m

La corazzata Potëmkin non è solo un film: è un dispositivo cinematografico progettato con precisione quasi ingegneristica per dimostrare che il montaggio può pensare al posto dei personaggi. Eisenstein rinuncia consapevolmente al protagonista individuale e mette al centro una massa, un corpo collettivo che esiste solo attraverso la composizione delle inquadrature. La macchina da presa non osserva: costruisce un evento, lo seziona, lo ricompone, lo carica di tensione ideologica attraverso il ritmo. Ogni immagine vale meno per ciò che rappresenta e più per l’urto che genera contro quella successiva; il senso nasce dallo scontro, non dalla continuità, e qui il montaggio diventa sintassi, punteggiatura, accento tonico. La celebre sequenza della scalinata di Odessa non è memorabile per il contenuto narrativo – una repressione, una fuga, una strage – ma per la sua architettura temporale. Il tempo viene dilatato, frantumato, manipolato fino a perdere qualsiasi realismo fisiologico: pochi secondi diegetici diventano eternità emotiva. Eisenstein usa campi e controcampi non per orientare lo spettatore, ma per disorientarlo deliberatamente, alternando masse in movimento a dettagli isolati – un volto, un occhio, una mano, un passeggino – creando una progressione non logica ma sensoriale. È un cinema che non racconta cosa accade, ma come deve essere percepito. Dal punto di vista formale, la recitazione è ridotta a gesto tipizzato, quasi scultoreo, perché l’attore non deve psicologizzare ma incarnare una funzione visiva. La fotografia lavora per contrasti netti, con un bianco e nero che non è naturalistico ma grafico, pensato per incidere la retina più che per simulare il reale. Anche la composizione dell’inquadratura è sempre instabile, sbilanciata, tesa, come se l’immagine stessa partecipasse al conflitto politico che rappresenta. Non c’è mai quiete, nemmeno nelle scene apparentemente statiche: tutto è carico di una tensione che si risolve solo nel taglio successivo. Tecnicamente, La corazzata Potëmkin è un manifesto: dimostra che il cinema può essere persuasione pura senza bisogno di dialoghi, che può creare empatia e indignazione attraverso il ritmo, la ripetizione, l’accumulo. È un film che non chiede di essere “capito” ma di essere subito, e proprio per questo resta radicale anche oggi. Non invecchia perché non appartiene al realismo, ma a una teoria del linguaggio cinematografico che usa le immagini come idee in movimento. È prosa visiva che non descrive il mondo: lo modella.

 


Trama – fonte: www.comingsoon.it

Giugno 1905. Tra l’equipaggio della corazzata russa Potemkin regna un vivo malcontento a causa delle vessazioni cui sono sottoposti i marinai. Il malcontento si trasforma in ammutinamento, allorché il comandante ed il medico dell’unità rifiutano di accogliere le giuste proteste dei marinai per il rancio ricavato da cibi immangiabili. La corazzata raggiunge quindi il porto di Odessa, dove il gesto compiuto dai marinai si diffonde rapidamente tra la popolazione, provocando manifestazioni di plauso e di incoraggiamento. Ma l’intervento delle guardie imperiali reprime nel sangue l’entusiasmo della popolazione. Nel frattempo un’intera squadra navale della marina russa naviga verso la città sul Mar Nero per ricondurre all’ordine gli ammutinati del Potemkin. Quando lo scontro sembra irreparabile, e la fine della corazzata prossima, gli equipaggi delle navi inseguitrici rifiutano di aprire il fuoco e la Potemkin è salva.


Cast – fonte: www.comingsoon.it


Trailer


Riconoscimenti – fonte: www.mymovies.it

Nessun riconoscimento di rilievo!


Curiosità – fonte: www.corriere.it

1. Altro che «cagata pazzesca».
No, La corazzata Potëmkin non è una cagata pazzesca! Lunedì sera, in piazza Maggiore a Bologna, c’erano almeno seimila persone ad applaudire il film di Sergej Eizenštein proiettato sul megaschermo dalla Cineteca di Bologna durante le giornate del Cinema Ritrovato. Poteva essere un azzardo la scelta del titolo, «ma in tanti anni abbiamo abituato il nostro pubblico a essere curioso» — spiega il direttore Gian Luca Farinelli.

2. La durata (tutt’altro che sterminata).
«Ed eravamo talmente sicuri delle nostre scelte», continua Farinelli, «da coinvolgere anche la Filarmonica del Comunale di Bologna, che diretta da Helmut Imug ha accompagnato dal vivo i 68 minuti del film».

3. L’unica scena a colori (e la corazzata che non c’è).
Fossero stati presenti, avrebbero applaudito anche Fantozzi, Filini e la signorina Silvani quando la bandiera rossa si è alzata sul pennone del Potëmkin (un incrociatore, a rigor del vero, non una corazzata come pomposamente suggerisce il titolo), unica scena con un po’ di colore — rigorosamente aggiunto a mano, fotogramma per fotogramma — di un film celebre per lo straordinario bianco e nero firmato dall’operatore Eduard Tisse.

4. Il film più citato della Storia del cinema.
Forse bisogna liberarsi un po’ la testa dalle troppe cose dette e sentite sul film di Eizenštein, un po’ come di fronte alla Gioconda, due capolavori che pagano la loro grande popolarità. Se alla famosa dama di Leonardo hanno messo i baffi, fatto crescere i riccioli o l’hanno resa calva, il film sovietico è diventato una citazione obbligata per chi gioca con la cinefilia, da «Gli intoccabili» di De Palma a «Partner» di Bertolucci, da «Brazil» di Gilliam ad «Amore e guerra» di Allen, per non parlare di Stefano Satta Flores che in «C’eravamo tanto amati» illustra alla Sandrelli e a Manfredi la celeberrima scena della scalinata di Odessa sui gradini di Trinità dei Monti.

5. Al potere sovietico faceva paura.
Visto sul grande schermo, nel perfetto restauro in 35 mm della Deutsche Kinematek, con l’accompagnamento musicale composto da Edmund Meisel per l’uscita tedesca, il film ritrova tutta la sua forza e potenza, quella che aveva spinto Majakovskij a minacciare di passare alle vie di fatto col suo nodoso bastone se il Potere sovietico non avesse tolto il divieto di presentare la pellicola al di fuori dei circoli dei lavoratori. Evidentemente anche i funzionari di allora avevano paura che un film senza star e senza amori non interessasse il pubblico, anche loro convinti, come il famigerato professor Guidobaldo Maria Riccardelli che terrorizza Fantozzi e C., che tutto si riducesse al «montaggio analogico» e a poco altro.

6. La sfida vinta (con Robin Hood).
Invece, nella Mosca del 1925, «La corazzata Potëmkin» tenne testa al successo dell’hollywoodiano Robin Hood con Douglas Fairbanks, così come ha fatto lunedì sera a Bologna (e speriamo anche in altre città italiane) perché è un film che anche oggi, per citare Naum Kleiman che ha diretto per decenni la cineteca di Mosca, «conserva tutta la sua attualità ricordandoci, accanto alla Libertà e all’Uguaglianza, l’importanza della Fratellanza e la rinuncia a ogni violenza per riconoscere il legame che lega tutti gli abitanti della Terra».


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