Vertigine
Vertigine è un film che non ha fretta. Preminger costruisce l’inquietudine come si costruisce una dipendenza: lentamente, con una calma quasi ipnotica, lasciando che siano gli spazi, i gesti e le ellissi a fare il lavoro sporco. La regia è tutta controllo e distanza. La macchina da presa osserva, raramente giudica, e quando si muove lo fa con una fluidità che sembra voler imitare il flusso stesso della psiche della protagonista. I movimenti sono sobri, spesso laterali o di accompagnamento, come se il film non volesse mai “entrare” davvero nei personaggi, ma restare appena fuori, a registrarne le crepe. La fotografia (lavora in sottrazione più che in contrasto) evita il noir più espressionista e preferisce un chiaroscuro elegante, borghese, quasi clinico. Le ombre non esplodono mai: scivolano sui volti, si annidano negli interni domestici, rendendo la casa — luogo teoricamente sicuro — uno spazio instabile, mentale. È un bianco e nero che non grida, ma sussurra, e proprio per questo inquieta di più. Il montaggio è invisibile, volutamente anti-sensazionalistico. Preminger rifiuta il ritmo serrato del thriller classico e sceglie una progressione lineare, quasi sonnambula. Le scene sembrano spesso concludersi un attimo dopo il punto “drammatico”, come se l’interesse non fosse l’evento, ma il suo deposito emotivo. È un cinema che lavora sulle conseguenze, non sugli shock. Straordinario è l’uso del suono e della parola: i dialoghi hanno un tono pacato, educato, e proprio per questo diventano sinistri. L’ipnosi — tema centrale — non è mai spettacolarizzata; è trattata come una zona grigia tra scienza, suggestione e desiderio di fuga. Preminger filma la manipolazione non come atto violento, ma come atto gentile, e questa è forse l’idea più disturbante del film. Dal punto di vista tematico, Vertigine è un noir senza vera colpa e senza vera redenzione. È un film sulla fragilità dell’identità moderna, sul bisogno di delegare il controllo, sull’attrazione per l’annullamento. La messinscena è coerente fino in fondo: tutto è ordinato, razionale, eppure profondamente instabile, come una mente che sembra funzionare perfettamente mentre sta già cedendo. In breve: Vertigine non ti prende per il bavero, ti prende per la testa. È un noir che rinuncia al feticcio dell’azione per diventare un esercizio di stile mentale, un film che non vuole farti battere il cuore, ma farti dubitare dei tuoi stessi pensieri. E quando finisce, la sensazione non è quella di aver visto un mistero risolto, ma di aver attraversato uno stato d’animo — e di non esserne usciti del tutto.
Trama – fonte: www.comingsoon.it
L’agente di polizia Mark Mc Pherson è chiamato a indagare sulla morte di Laura, uccisa con un colpo di fucile al volto. Fra gli altri, interroga il raffinato giornalista Waldo Lydecker, compagno e protettore della vittima, e sospetta dell’omicidio Shelby, un uomo dall’oscuro passato che Laura aveva deciso di sposare. Ma Laura ricompare: la vittima dell’omicidio non era lei.
Cast – fonte: www.comingsoon.it





















Trailer
Riconoscimenti – fonte: www.mymovies.it
Il film ottenne ben cinque nomination ai Premi Oscar del 1945, portandosi a casa una statuetta:
- Miglior fotografia in bianco e nero a Joseph LaShelle
Le altre nomination furono:
- Nomination Miglior regia a Otto Preminger
- Nomination Miglior attore non protagonista a Clifton Webb
- Nomination Miglior sceneggiatura non originale a Jay Dratler, Samuel Hoffenstein, Betty Reinhardt
- Nomination Miglior scenografia per film in bianco e nero a Thomas Little, Lyle R. Wheeler, Leland Fuller
Curiosità – fonte: varie
1 – Titolo Italiano.
Il film è stato distribuito in Italia con il titolo Vertigine, titolo che ha creato confusione quando nel 1958 arrivò il vero Vertigo di Hitchcock, adattato in Italia come La donna che visse due volte.
2 – Il Colpo di Scena.
A metà film, si scopre che la donna uccisa non è Laura, ribaltando il ruolo della protagonista da vittima a sospettata.
3 – L’Iconico Ritratto.
Il dipinto di Laura (interpretata da Gene Tierney) è centrale nella trama, diventando l’oggetto del desiderio necrofilo del detective.
4 – Colonna Sonora.
Il tema musicale del film, composto da David Raskin è diventato uno standard jazz popolarissimo.
5 – Riconoscimenti.
Il film ha vinto l’Oscar per la miglior fotografia (Joseph LaShelle) ed è stato selezionato per la conservazione nel National Film Registry nel 1999.
6 – Produzione.
Originariamente il regista doveva essere Rouben Mamoulian, ma il produttore e regista Otto Preminger prese il comando, considerandolo il suo vero esordio hollywoodiano.
7 – Influenza.
Il film è considerato un precursore di atmosfere alla Twin Peaks per il mix di mistero e ossessione.


