La parete di fango
La parete di fango (1958) è uno di quei film che sembrano semplici nella premessa ma densissimi nella resa, e Stanley Kramer lo costruisce come un dispositivo morale prima ancora che narrativo. Dal punto di vista registico, Kramer adotta una messa in scena asciutta, quasi brutale, che rifiuta qualsiasi abbellimento superfluo. La macchina da presa è spesso a livello dei corpi, li segue da vicino, li pedina nel fango, nel sudore, nella fatica. Non c’è mai distanza di sicurezza: lo spettatore è incatenato insieme ai personaggi, costretto a condividere lo spazio fisico e simbolico della loro prigionia. La regia lavora per sottrazione, lasciando che siano le situazioni a parlare più delle soluzioni stilistiche evidenti. La fotografia in bianco e nero è uno degli elementi tecnici più eloquenti del film. Non è un bianco e nero elegante o patinato, ma materico, sporco, contrastato. I neri sono profondi, quasi opprimenti, mentre i bianchi non illuminano mai del tutto: sembrano sempre filtrati da polvere, pioggia, fango. La luce scolpisce i volti, ne evidenzia le tensioni morali prima ancora di quelle fisiche. Il paesaggio naturale diventa un’estensione dello stato interiore dei personaggi, una sorta di carcere a cielo aperto. Sul piano del montaggio, Kramer mantiene un ritmo costante, privo di accelerazioni spettacolari. Le sequenze d’azione non sono mai costruite per esaltare il gesto eroico, ma per sottolineare la fatica, l’attrito, la ripetizione. Il tempo sembra dilatarsi proprio come per chi fugge senza sapere se esiste una vera via di uscita. Questo controllo del ritmo rafforza il senso di ineluttabilità che attraversa tutto il film. Le interpretazioni di Tony Curtis e Sidney Poitier sono il vero asse portante dell’opera. Curtis lavora in sottrazione rispetto alla sua immagine divistica, scegliendo una recitazione nervosa, difensiva, fatta di scatti e silenzi. Poitier, invece, incarna una forza trattenuta, una dignità che non cerca mai l’enfasi. Tecnicamente è interessante come Kramer costruisca il conflitto non tanto attraverso il dialogo, quanto attraverso il linguaggio corporeo: sguardi, posture, resistenze fisiche diventano strumenti drammaturgici a tutti gli effetti. Il suono è usato con grande intelligenza. La colonna musicale è presente ma mai invadente; spesso lascia spazio ai rumori ambientali – passi, catene, pioggia, respiro – che assumono un valore quasi simbolico. Il silenzio, in particolare, viene sfruttato come elemento narrativo: ogni pausa pesa quanto una battuta esplicita. In definitiva, La parete di fango è un film tecnicamente rigoroso che usa i propri strumenti cinematografici per costruire una riflessione etica senza retorica. È cinema che crede ancora nella forma come veicolo di contenuto, e che affida alla fisicità dell’immagine e del suono il compito di scavare sotto la superficie del racconto. Un’opera che, anche oggi, resta sorprendentemente compatta e necessaria.
Trama – fonte: www.comingsoon.it
Durante una notte di pioggia alcuni galeotti vengono trasportati su un furgone. In seguito ad un incidente il veicolo si capovolge e due galeotti, il bianco Johnny Jackson e il negro Noah Colleen, legati insieme ai polsi da una catena, riescono a fuggire. Subito lo sceriffo Max Muller e un capitano di polizia organizzano l’inseguimento, con l’aiuto dei cani. I due fuggitivi si odiano, ma non potendo separarsi, sono costretti ad aiutarsi per sopravvivere; riescono così, con difficoltà, ad attraversare un fiume e a scampare da una buca di fango. In un villaggio tentano di rubare una lima; ma vengono catturati dai contadini che vorrebbero linciarli. Interviene un individuo, che avendo pietà di loro, li fa scappare; cosicchè quando giungono i poliziotti, sono già lontani. I due continuano a litigare e fanno a pugni; ma a poco a poco si fa strada nei loro animi un sentimento di amicizia. Giungono alla fine ad una fattoria isolata, abitata soltanto da una donna con un bambino: qui vengono rifocillati e riescono a spezzare la loro catena. Mentre Jackson s’innamora della donna e decide di fuggire con lei, Colleen se ne va per conto suo. Ma la donna ha indicato al negro la via più pericolosa, attraverso la quale difficilmente potrà salvarsi. Quando Johnny lo viene a sapere, abbandona, disgustato, la donna e si precipita sulle orme del compagno. Un treno in corsa offre loro un’ultima speranza di salvezza; ma Johnny, ferito da una fucilata, non riesce a salirvi. Anche Noah, che già era salito, rinuncia a fuggire, e i due attendono l’avvicinarsi dello sceriffo, preannunciato dall’abbaiare dei cani.
Cast – fonte: www.comingsoon.it

















Trailer
Riconoscimenti – fonte: www.mymovies.it
Il film ottenne ben otto nomination ai Premi Oscar del 1959, portandosi a casa due statuette:
- Miglior sceneggiatura originale a Nedrick Young, Harold Jacob Smith
- Miglior fotografia in bianco e nero a Sam Leavitt
Le altre nomination furono:
- Nomination Miglior film
- Nomination Miglior regia a Stanley Kramer
- Nomination Miglior attore a Tony Curtis (II), Sidney Poitier
- Nomination Miglior attore non protagonista a Theodore Bikel
- Nomination Miglior attrice non protagonista a Cara Williams
- Nomination Miglior montaggio a Frederic Knudtson
Curiosità – fonte: varie
1 – Riconoscimenti.
Oltre ai due Oscar (Miglior Fotografia di Sam Leavitt e Miglior Soggetto/Sceneggiatura Originale), il film ha vinto il BAFTA come Miglior Film, il New York Film Critics Circle Award e l’Orso d’argento a Berlino per il miglior attore a Sidney Poitier.
2 – Sceneggiatura “nascosta”.
Nedrick Young, uno degli sceneggiatori, era nella “lista nera” di Hollywood a causa del maccartismo e dovette accreditarsi sotto lo pseudonimo di Nathan E. Douglas.
3 – Tematiche.
Il film è considerato un’opera politica potente, che anticipa le tematiche dell’integrazione razziale negli Stati Uniti del Sud dieci anni prima del più celebre Indovina chi viene a cena? (1967), sempre diretto da Kramer.
4 – Produzione.
Le riprese si sono svolte negli Stati Uniti tra febbraio e aprile 1958.
5 – Allegoria.
Le catene che legano i due protagonisti, Tony Curtis e Sidney Poitier, rappresentano una chiara allegoria della schiavitù e dell’impossibilità di separare i destini delle due razze.
6 – Impegno.
La trama si concentra sul superamento del razzismo attraverso la condivisione di una condizione estrema.


