Questa è la mia vita

Questa è la mia vita

1962 ‧ Drammatico/Cinema internazionale ‧ 1h 24m

Questa è la mia vita (Vivre sa vie, 1962) è uno di quei film che sembrano semplici solo in superficie, ma che in realtà funzionano come un meccanismo teorico travestito da racconto intimo. Godard prende una storia minimale — Nanà, una giovane donna che scivola progressivamente nella prostituzione — e la seziona con la freddezza di un anatomopatologo e la sensibilità di un poeta. Dal punto di vista formale, il film è costruito come una serie di dodici quadri autonomi, annunciati da cartelli. Questa frammentazione non è un vezzo sperimentale: serve a spezzare l’illusione narrativa e a negare qualsiasi continuità psicologica rassicurante. Nanà non “evolve” secondo una logica classica; viene osservata, fermata, ripresa da angolazioni che spesso la tengono di spalle o fuori fuoco. La macchina da presa non la possiede mai del tutto. Godard rifiuta il primo piano empatico come strumento di identificazione continua, e quando lo concede — celeberrimo quello al cinema mentre Nanà guarda La passione di Giovanna d’Arco — lo carica di un valore metacinematografico: è un volto che guarda un volto che soffre, e il cinema diventa specchio morale più che racconto. La messa in scena è asciutta, quasi povera, ma rigorosissima. I movimenti di macchina sono geometrici, spesso laterali o circolari, come se il mondo fosse una struttura che ingloba Nanà senza che lei possa modificarla. I dialoghi sono funzionali, talvolta brutalmente piatti, e proprio per questo rivelatori: il linguaggio è trattato come una moneta di scambio, qualcosa che si usa, si consuma, si svuota. Non a caso uno dei momenti chiave è la lunga conversazione filosofica sulla parola, sul pensiero e sulla responsabilità del dire: Godard esplicita il suo cinema come interrogazione sul senso, non come narrazione chiusa. Anna Karina è il vero campo di battaglia del film. Non interpreta Nanà in senso tradizionale: la offre. Il suo corpo diventa superficie d’iscrizione — economica, morale, cinematografica. Godard la filma con una tensione costante tra desiderio e distanza, amore e oggettivazione. Ed è proprio qui che il film diventa scomodo: Questa è la mia vita non denuncia la prostituzione in modo diretto, ma mostra come ogni relazione, anche quella tra cinema e personaggio, rischi di trasformarsi in sfruttamento. In definitiva, è un film che non chiede di essere “seguito”, ma pensato. La sua freddezza è una forma di rispetto, la sua rigidità un gesto etico. Godard non salva Nanà, non la giudica, non la spiega: la lascia esistere dentro un sistema che la precede e la schiaccia. Ed è proprio in questo sguardo spietatamente lucido che il film trova la sua struggente, durissima poesia.

 


Trama – fonte: www.comingsoon.it

Il film esplora la discesa di una ragazza parigina nella prostituzione, con una tecnica narrativa in 12 “quadri”, episodi non legati fra loro, ognuno presentato con un’introduzione verbale.


Cast – fonte: www.comingsoon.it


Trailer


Riconoscimenti – fonte: www.mymovies.it

Il film ottenne il Premio speciale della giuria alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 1962.


Curiosità – fonte: varie

1 – Ispirazione reale.
Il film si basa su un’inchiesta giornalistica del 1959 del giudice Marcel Sacotte, intitolata Où en est… la prostitution?.

2 – Anna Karina e lo stile.
Anna Karina, moglie di Godard all’epoca, interpreta Nanà con un trucco e un’acconciatura ispirati alla diva muta Louise Brooks.

3 – La scena del biliardo.
Una delle scene più iconiche, in cui Karina balla attorno a un tavolo da biliardo, è citata nel videoclip della canzone “Pop porno” del duo italiano Il Genio.

4 – Citazione cinematografica.
La protagonista si commuove guardando La passione di Giovanna d’Arco (1928) di Carl Theodor Dreyer in un cinema.

5 – Filosofi sul set.
Brice Parain, il filosofo che dialoga con Nanà nel quadro n. 11, non aveva mai visto un film di Godard prima delle riprese.

6 – Successo commerciale.
Nonostante lo stile sperimentale, il film fu un successo con oltre 148.000 spettatori a Parigi.

7 – Struttura.
Il film è strutturato come un’opera teatrale in 12 capitoli o “quadri”, ognuno preceduto da una didascalia, che esplorano la prostituzione e il senso profondo dell’esistenza.


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