Crimini e misfatti

Crimini e misfatti

1989 ‧ Commedia/Giallo ‧ 1h 44m

In una New York sfocata dalla luce dorata del tramonto, Woody Allen accoglie il suo film più amaro e profondo come un direttore d’orchestra consapevole di avere tra le mani uno spartito filosofico travestito da dramma. Crimini e Misfatti non è solo un film, è un campo da battaglia dove etica e convenienza, fede e cinismo, colpa e impunità si scontrano tra le pieghe della coscienza umana. Nel cuore del racconto si muovono due uomini, Judah Rosenthal, un affermato oculista ebreo, elegante e rispettato, interpretato da uno straordinario Martin Landau, e Cliff Stern, un documentarista idealista e nevrotico, l’alter ego di Allen stesso. Le loro vite scorrono parallele, come binari su cui viaggiano dilemmi morali differenti. Uno è disposto a tutto per non perdere la facciata borghese che si è costruito, l’altro cerca senso nella sua piccola arte e nell’amore impossibile per Mia Farrow. La regia di Allen è pulita, sobria, senza fronzoli. Il suo tocco è chirurgico: ogni scena è costruita con una precisione millimetrica, ogni dialogo porta con sé il peso di domande che graffiano. Non ci sono movimenti di macchina vistosi, ma ogni inquadratura riflette il tono del momento: inquadrature statiche e ombre nette per il dramma di Judah; movimenti più mobili e vivaci per la leggerezza apparente del filone di Cliff, che è poi solo un’altra faccia dello stesso interrogativo morale. Allen monta due storie in parallelo, quasi come due film nello stesso film. Il montaggio alternato funziona come un respiro: mentre Judah sprofonda nell’angoscia di un crimine irrisolto nella sua coscienza, Cliff combatte contro le umiliazioni della vita e dell’amore. La tensione cresce in entrambi, ma con ritmi differenti: l’uno implode, l’altro si consuma lentamente. Il direttore della fotografia Sven Nykvist, storico collaboratore di Ingmar Bergman, colora il film di toni soffusi, malinconici. La luce spesso proviene da un solo lato, come se volesse suggerire la presenza di una coscienza, di un giudizio esterno, divino o morale. La musica classica, da Schubert a Mahler, accompagna l’interiorità dei personaggi come una colonna sonora della loro colpa silenziosa. Il vero colpo di scena non è un fatto, ma un’idea: l’uomo può vivere in pace anche dopo aver compiuto il peggio, se decide di dimenticare. Judah, nonostante il crimine, va avanti. Cliff, nonostante l’integrità, fallisce. Allen non fornisce risposte, anzi: mette lo spettatore davanti a una realtà cinica, dove la giustizia non è garantita, e Dio potrebbe anche non guardare. Alla fine, Crimini e Misfatti è un saggio travestito da storia. Allen firma un film che ricorda Dostoevskij ma anche Bergman, dove l’umorismo non alleggerisce, ma rende ancora più pungente il dramma. Non è solo una delle sue opere migliori: è una delle riflessioni cinematografiche più oneste e amare sull’etica moderna.

 


Trama – fonte: www.comingsoon.it

Crimini e misfatti, film diretto da Woody Allen, segue le vicende di Judah (Martin Landau), un famoso oculista chirurgo, che da anni tradisce sua moglie Miriam (Claire Bloom) con l’ex hostess Dolores (Anjelica Huston). Questa, esasperata dal suo amore senza futuro per l’uomo, decide improvvisamente di confessare tutto alla sua consorte in una lettera. Fortunatamente il medico riesce a evitare la tragedia, ma continua a essere minacciato dall’amante che gli intima di rivelare anche alcuni suoi movimenti finanziari illeciti. Il medico, stanco della situazione, decide di chiedere aiuto a suo fratello Jack (Jerry Orbach), un terribile delinquente, che la fa ammazzare da un sicario. A questo punto il chirurgo comincia a vivere di profondi sensi di colpa. Nel frattempo Cliff Stern (Woody Allen), un documentarista in piena crisi esistenziale con un matrimonio quasi al capolinea, crede che la produttrice cinematografica Halley (Mia Farrow) sia la soluzione a tutti i suoi problemi. I due si frequentano durante le riprese di un documentario sulla vita di un autore comico super ricco di nome Lester (Alan Alda), uomo che riempie di attenzioni proprio Halley suscitando la gelosia del regista. La donna, che si sente sopraffatta da entrambi, cerca di tenerli a debita distanza. Tuttavia, quello che la lega maggiormente a Cliff è anche un altro personaggio, di cui stanno girando il racconto biografico: il professor Louis Levy (Martin Bergmann), un intellettuale affascinante e profondo che cattura tutta la loro ammirazione. Le cose precipitano quando l’uomo, lasciando tutti in uno stato misto tra shock e stupore, decide inspiegabilmente di togliersi la vita…


Cast – fonte: www.comingsoon.it


Trailer


Riconoscimenti – fonte: www.mymovies.it

Il film ottenne tre nomination ai Premi Oscar del 1990:

  • Nomination Miglior regia a Woody Allen
  • Nomination Miglior attore non protagonista a Martin Landau
  • Nomination Miglior sceneggiatura originale a Woody Allen

Curiosità – fonte: it.wikipedia.org, ilcinemasemplice.it, movieplayer.it

1. Nuovo montaggio e riscrittura.
Dopo il primo montaggio Woody Allen decise di eliminare completamente la scena iniziale, richiamò gli attori sul set e riprese molte scene per rafforzare il dramma centrale della storia.

2. Budget, flop e consensi.
Il film fu prodotto con un budget di circa 19 milioni di dollari, ma incassò internamente circa 18,3 milioni, registrando quindi un flop al botteghino. Nonostante ciò, fu accolto con entusiasmo dalla critica ed è ora considerato uno dei migliori capolavori drammatici di Allen.

3. Riconoscimenti.
Il film fu candidato a tre premi Oscar nel 1990 (miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior attore non protagonista per Martin Landau) e al Golden Globe come miglior film drammatico. Ottenne anche sette premi internazionali, tra cui il David di Donatello per la migliore sceneggiatura straniera.

4. Influenza letteraria e filosofica.
Allen si ispira chiaramente a Delitto e castigo di Dostoevskij per la storia morale di Judah, ma sceglie una direzione diversa rispetto al romanzo: il crimine rimane impunito, senza redenzione finale.

5. Omaggi a Bergman.
Il film contiene una breve, intensa sequenza in flashback, che mostra un pasto infantile e richiama volutamente il tocco bergmaniano (ricorda Il posto delle fragole o Interiors). Allen, noto per il suo amore verso Bergman, fonde sapientemente tragedia e noir esistenziale.

6. Colonna sonora e stile visivo.
La musica include brani classici come il Quartetto in sol maggiore D 887 di Franz Schubert, particolarmente presente nelle scene legate al dramma di Judah. Il direttore della fotografia Sven Nykvist, storico collaboratore di Bergman, dona al film una luce soffusa e molto intimista.

7. Tensione tra commedia e tragedia.
Pur essendo conosciuto come commediografo, Allen in questo film sperimenta un equilibrio tra commedia e dramma esistenziale, anticipando opere future come Match Point e Melinda e Melinda.

8. Struttura parallela.
Il film intreccia due narrazioni parallele – quella tragica di Judah e quella più lieve (ma disillusa) di Cliff – che convergono nel finale per offrire allo spettatore una riflessione etica e personale.


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