Funny Games

Funny Games

1997 ‧ Thriller/Giallo ‧ 1h 49m

Funny Games è uno di quei film che non si limitano a raccontare la violenza ma la sezionano, la espongono come un esperimento clinico sullo sguardo dello spettatore, e infatti la regia di Michael Haneke lavora costantemente per negare qualunque forma di conforto narrativo o estetico: i piani fissi sono lunghissimi, la macchina da presa resta spesso distante, immobile, quasi indifferente, e proprio questa apparente freddezza genera un livello di tensione devastante perché elimina il filtro spettacolare tipico del thriller americano e costringe chi guarda a convivere con il tempo reale dell’umiliazione e dell’attesa. La violenza più importante del film non è nemmeno quella fisica ma quella cinematografica, perché Haneke distrugge deliberatamente il patto implicito tra autore e pubblico, arrivando persino a sabotare la struttura narrativa con momenti metacinematografici che ancora oggi restano disturbanti per lucidità e cinismo; quando uno dei due aguzzini guarda in camera o manipola letteralmente gli eventi, il film smette di essere una storia e diventa un’accusa diretta contro il desiderio voyeuristico dello spettatore. Anche il suono è usato in maniera chirurgica: lunghi silenzi, rumori ambientali asciutti, assenza quasi totale di colonna sonora emotiva, interrotti brutalmente dall’hard rock iniziale che funziona come una dichiarazione di intenti, un pugno sonoro che anticipa la violenza morale dell’opera. Tecnicamente impressionante è poi la gestione dello spazio domestico, trasformato progressivamente da villa borghese luminosa e rassicurante a gabbia astratta senza via d’uscita, dove porte, corridoi e campi lunghi diventano strumenti di oppressione psicologica. Le interpretazioni sono calibrate su un naturalismo spaventoso: i carnefici non sono mostri cinematografici tradizionali ma ragazzi educati, quasi eleganti, e proprio questa normalità rende il male ancora più insostenibile. Il film rifiuta qualsiasi catarsi, qualsiasi eroismo, qualsiasi vendetta liberatoria, e in questo senso rappresenta una critica feroce alla spettacolarizzazione della sofferenza nel cinema contemporaneo; non vuole intrattenere, vuole mettere a disagio, e lo fa con una precisione formale quasi matematica, tanto che ogni scelta di montaggio, ogni fuori campo, ogni sospensione narrativa sembra progettata per trasformare lo spettatore da consumatore passivo a complice involontario. È un’opera che divide profondamente perché la sua provocazione non è superficiale ma etica: Haneke non ti lascia la possibilità di “goderti” il thriller, ti costringe invece a interrogarti sul perché tu stia continuando a guardare.

 


Trama – fonte: www.comingsoon.it

Quando arriva il periodo delle vacanze, i coniugi Anna e George col figlioletto Georgie si trasferiscono nella loro casa in riva al lago. Anche i vicini Fred e Eva sono già arrivati, i rapporti vengono ripresi e subito si decide per una partita a golf la mattina dopo. Mentre George sta rimettendo in sesto la barca a vela, Georgie rientra a casa e avverte la mamma che c’è una persona alla porta. Si tratta di Peter, un ragazzo dall’aria per bene, che dice di essere ospite dei vicini ed è venuto a chiedere delle uova da prestare ad Eva. Poco dopo, arriva anche Paul, amico di Peter, e di colpo esplode la violenza: i due si installano in casa e iniziano a terrorizzare la famiglia con giochi all’insegna di una sadica paura.


Cast – fonte: www.comingsoon.it


Trailer


Riconoscimenti – fonte: www.mymovies.it

Nessun riconoscimento di rilievo!


Curiosità – fonte: WEB

1 – Remake identico.
Il film è famoso per avere due versioni girate dallo stesso regista. Haneke ha diretto il film originale in Austria nel 1997 e un remake shot-by-shot (inquadratura per inquadratura) negli Stati Uniti nel 2007, mantenendo intatta ogni singola scena per raggiungere il pubblico anglofono.

2 – La quarta parete.
Il personaggio di Paul rompe continuamente la quarta parete parlando o ammiccando direttamente agli spettatori, con l’intento di colpevolizzarli per il loro voyeurismo e di renderli complici del gioco.

3 – La scena del telecomando.
In un momento celebre del film, i carnefici usano un “telecomando” per riavvolgere la storia e impedire alla vittima di compiere una determinata azione, distruggendo la speranza del pubblico e prendendosi gioco della narrazione cinematografica classica.

4 – Violenza quasi invisibile.
Nonostante sia universalmente percepito come un film estremamente disturbante, quasi tutta la violenza fisica non viene mostrata sullo schermo ed è lasciata fuori campo. Il regista voleva punire lo spettatore per aver trasformato la cronaca nera in intrattenimento.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito raccoglie i Cookie DoubleClick (per info leggi la Privacy Policy). Fai clic qui per disattivarlo.