Il pianeta delle scimmie

Il pianeta delle scimmie

1968 ‧ Sci-fi/Avventura ‧ 1h 52m

Il pianeta delle scimmie rappresenta uno dei punti più alti della fantascienza classica americana, un’opera capace di fondere spettacolo, riflessione filosofica e critica sociale in una forma narrativa sorprendentemente moderna. La regia di Franklin J. Schaffner costruisce un racconto che procede come un’avventura di esplorazione ma che, progressivamente, si trasforma in una lucida indagine sulla natura del potere, sul rapporto tra civiltà e barbarie e sull’autodistruzione dell’uomo. L’impianto visivo sfrutta con intelligenza gli spazi naturali desertici per generare un senso di estraneità e isolamento che amplifica il disorientamento del protagonista, mentre la fotografia e la scenografia evitano gli eccessi futuristici tipici della fantascienza dell’epoca preferendo un realismo quasi antropologico. Straordinario risulta il lavoro sul trucco prostetico, premiato con un riconoscimento speciale dall’Academy e ancora oggi sorprendente per espressività e funzionalità narrativa, poiché consente agli attori di trasmettere emozioni credibili senza sacrificare la caratterizzazione delle diverse caste di primati. L’interpretazione di Charlton Heston conferisce al personaggio di Taylor un carisma ruvido e disilluso che si rivela fondamentale per sostenere il progressivo capovolgimento delle certezze dello spettatore. Sul piano della scrittura, il film si distingue per la capacità di utilizzare il meccanismo della società rovesciata come strumento di satira politica e culturale, affrontando temi quali il razzismo, il dogmatismo religioso, la manipolazione della storia e la paura della guerra nucleare, questioni profondamente radicate nel clima sociale del 1968 ma ancora attuali. La struttura narrativa mantiene costantemente alta la tensione grazie a un efficace equilibrio tra mistero, azione e riflessione, culminando in uno dei finali più celebri della storia del cinema, una conclusione che non si limita a sorprendere ma rilegge retroattivamente l’intero racconto trasformandolo in un’amara parabola sull’arroganza della specie umana. Pur mostrando inevitabilmente alcuni limiti legati all’età della produzione, soprattutto nel ritmo di alcune sequenze e in determinate convenzioni recitative degli anni Sessanta, il film conserva una forza concettuale e simbolica rara, dimostrando come la fantascienza possa essere uno strumento privilegiato per osservare criticamente la realtà. La sua influenza sul cinema successivo è enorme e la sua capacità di combinare intrattenimento popolare e profondità tematica spiega perché venga ancora considerato un classico imprescindibile del genere e una delle opere più significative della fantascienza cinematografica del Novecento.

 


Trama – fonte: www.comingsoon.it

Il pianeta delle scimmie è un film del 1968 diretto da Franklin J. Schaffner, tratto dall’omonimo romanzo di Pierre Boulle. L’astronauta George Taylor (Charlton Heston) assieme ai colleghi Landon e Dodge parte per lo spazio, alla ricerca di un nuovo mondo da popolare. La missione tuttavia non viene portata a termine perché l’orbita di Icarus, l’astronave sulla quale viaggiano, viene accidentalmente deviata. I tre precipitano su un pianeta sconosciuto e vedendo il calendario segnare il 3978, realizzano di aver attraversato un arco temporale di millenni. Più che nel futuro, però, il viaggio sembra averli catapultati in un arcaico passato: gli uomini del posto vivono in uno stato selvaggio, incapaci di parlare e privi di doti intellettive sviluppate. Una forma di civiltà, tuttavia, esiste ed è più evoluta di quanto possa sembrare: strani scimmioni antropomorfi e intelligenti, che sottomettono gli esseri umani e li utilizzano per meri esperimenti scientifici. Rimasto da solo e imprigionato insieme a una ragazza che chiama Nova (Linda Harrison), Taylor tenta di spiegare all’orango Zaius (Maurice Evans) che proviene da un altro pianeta e che è diverso dagli uomini primitivi. Tuttavia quest’ultimo, sospettando che Taylor faccia parte di una tribù segreta di umani intelligenti, minaccia di castrarlo e lobotomizzarlo. Gli unici a non condividere questa drastica decisione sono la veterinaria Zira (Kim Hunter) e l’archeologo Cornelius (Roddy McDowall), due scimpanzé che soprannominano l’uomo “Occhi Vivi”. Aiutati da Lucius, l’insubordinato nipote di Zira, i due sono pronti a contravvenire agli ordini del Professor Zaius. In cambio vorrebbero l’appoggio di Taylor per un delicato compito…


Cast – fonte: www.comingsoon.it


Trailer


Riconoscimenti – fonte: www.mymovies.it

Il film ottenne tre nomination ai Premi Oscar del 1969, portandosi a casa una prestigiosa statuetta:

  • Premio speciale a John Chambers

Le altre nomination furono:

  • Nomination Miglior colonna sonora per film drammatico a Jerry Goldsmith
  • Nomination Migliori costumi a Morton Haack

Curiosità – fonte: WEB

1 – Il trucco delle scimmie fu così rivoluzionario per l’epoca che il truccatore John Chambers ricevette un Oscar onorario speciale. All’epoca non esisteva ancora la categoria “Miglior Trucco”, che sarebbe stata introdotta molti anni dopo.

2 – Durante le pause sul set accadde un fenomeno curioso: gli attori truccati da scimpanzé tendevano a stare con gli scimpanzé, quelli da gorilla con i gorilla e quelli da oranghi con gli oranghi. Nessuno lo aveva imposto; avvenne spontaneamente.

3 – Il trucco richiedeva così tante ore di applicazione che spesso non veniva rimosso durante la giornata. Molti attori erano costretti a bere pasti liquidi con una cannuccia per non rovinare le protesi.

4 – Alla prima proiezione di prova, Charlton Heston non riconobbe affatto Kim Hunter, che interpretava Zira. Durante le riprese l’aveva vista quasi sempre sotto il pesante trucco da scimmia.

5 – La celebre gag delle tre scimmie (“non vedo, non sento, non parlo”) durante il processo non era prevista dalla sceneggiatura: fu improvvisata sul set e piacque così tanto da essere mantenuta nel montaggio finale.

6 – Il protagonista Taylor avrebbe potuto avere il volto di molti altri attori famosissimi. Furono presi in considerazione nomi come Sean Connery, Steve McQueen, Paul Newman e persino John Wayne. Alla fine la scelta cadde su Heston.

7Heston girò gran parte del film influenzato. La sua voce roca, che nel film contribuisce a rendere Taylor duro e consumato, era in realtà dovuta all’influenza che lo tormentava durante le riprese.

8 – La prima sceneggiatura era stata scritta da Rod Serling, il creatore della serie TV The Twilight Zone. Molte delle idee più inquietanti e il celebre colpo di scena finale portano la sua impronta narrativa.

9 – Il film ebbe un successo enorme e generò una delle prime grandi saghe fantascientifiche del cinema, con sequel, serie televisive, cartoni animati, fumetti e, decenni dopo, il reboot moderno.

10 – Un dettaglio che molti non notano: nel film il nome di battesimo di Taylor (“George“) non viene praticamente mai pronunciato sullo schermo; tutti lo chiamano semplicemente Taylor.

11 – La scena finale con la Statua della Libertà è oggi considerata una delle conclusioni più celebri della storia del cinema. Quando uscì nel 1968, la maggior parte del pubblico non conosceva il colpo di scena e l’effetto fu devastante. Molti spettatori uscirono dalle sale discutendo più del finale che dell’intero film.


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