Mezzogiorno e mezzo di fuoco

Mezzogiorno e mezzo di fuoco

1974 ‧ Western/Commedia ‧ 1h 33m

In un’epoca in cui il western stava perdendo smalto, Mel Brooks decise di infilarsi nel genere come un cavallo pazzo nella vetrina della tradizione americana, e lo fece con “Mezzogiorno e mezzo di fuoco“, un film che sembra un colpo di pistola sparato in chiesa durante la messa. Sin dalle prime inquadrature si capisce che qualcosa non torna: la musica è classica, da vero western epico, ma quello che accade sullo schermo è un delirio comico orchestrato con chirurgica follia. La regia di Brooks è come sempre grottesca, ma sorprendentemente precisa: si muove tra i cliché con la sicurezza di chi conosce il genere a memoria, per poi smontarlo pezzo per pezzo con tempi comici che sfiorano la perfezione. Il casting è un colpo da maestro: Cleavon Little nei panni dello sceriffo nero in un villaggio razzista è un azzardo geniale, il suo personaggio è carismatico, elegante, sagace, e tiene in piedi la baracca con un’ironia che non si fa mai vittima della macchietta. Al suo fianco c’è Gene Wilder, il “Waco Kid”, ex pistolero alcolizzato con gli occhi dolci e i riflessi fulminei. La chimica tra i due è naturale, comica senza sforzo, tanto che anche nelle scene più surreali, il cuore resta umano. Brooks, che compare anche nel ruolo del governatore e di un capo indiano yiddish, si diverte come un bambino a giocare con l’assurdo, ma non perde mai il controllo: la sceneggiatura è impastata con mani da artigiano, e ogni scena, anche la più demenziale, è una stoccata alla società americana. Tecnicamente, il film è una lettera d’amore (e insieme un dito medio) al western classico: la fotografia usa toni caldi e polverosi, l’illuminazione è studiata come nei grandi film di John Ford, e le scenografie sono volutamente stereotipate, quasi da set teatrale, proprio per sottolineare quanto tutto sia artificioso e ridicolo. Ma è il montaggio che fa da motore comico: i tempi sono perfetti, le battute non lasciano tregua, e le rotture della quarta parete — come l’epica fuga dalla scenografia del film verso altri set hollywoodiani — sono gestite con un coraggio e un’originalità che ancora oggi lasciano a bocca aperta. Persino la colonna sonora, firmata da John Morris, si prende gioco dei canoni del genere, alternando solennità a ridicolo, spesso nello stesso minuto. Il film è un trattato di comicità anarchica che prende posizione senza mai salire in cattedra: ironizza sul razzismo ma lo smaschera in modo feroce, gioca con gli stereotipi di genere ma li rigira per farli esplodere. Eppure non è mai didascalico: è un film libero, figlio di un’epoca che osava, che sapeva far ridere mentre graffiava. “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” non è solo una parodia, è una bomba a orologeria in forma di pellicola, una satira camuffata da pasticcio comico, che ancora oggi riesce a scuotere, divertire e — per chi sa guardare tra le righe — anche far pensare.

 


Trama – fonte: www.comingsoon.it

Colorado, 1874. Rock Ridge piange la morte violenta dello sceriffo, mentre il malvagio governatore Hedley (Mel Brooks) trama la più atroce delle beffe per quella operosa comunità di W.A.S.P. tutti di un pezzo: la nomina di uno sceriffo di colore. A dispetto del colore della pelle che gli attira immeritata ostilità, il prode Bart (Cleavon Little) riuscirà a conquistarsi la fiducia e l’ammirazione dei concittadini riportando la legge nel piccolo paesino. Il tutto grazie all’aiuto di Waco Kid (Gene Wilder), un ex pistolero dal cuore tenero e dal grilletto isterico.


Cast – fonte: www.comingsoon.it


Trailer


Riconoscimenti – fonte: www.mymovies.it

Il film ottenne tre nomination ai Premi Oscar del 1975:

  • Nomination Miglior attrice non protagonista a Madeline Kahn
  • Nomination Miglior canzone a John Morris, Mel Brooks
  • Nomination Miglior montaggio a John C. Howard, Danford B. Greene

Curiosità – fonte: varie

1 – Era (quasi) troppo avanti per il suo tempo.
Mel Brooks ha avuto grosse difficoltà a far approvare la sceneggiatura. I produttori erano terrorizzati dal linguaggio, dalle battute razziste (volutamente provocatorie) e dalla trama così fuori dagli schemi. La Warner Bros. voleva tagliare metà del film, ma Brooks si impuntò… e vinse.

2 – Richard Pryor doveva essere il protagonista.
Il mitico comico Richard Pryor aveva scritto la sceneggiatura insieme a Brooks e altri autori. L’idea era che interpretasse lo sceriffo Bart, ma lo studio lo considerava “inaffidabile” (a causa dei suoi problemi con droghe e alcol) e lo sostituì con Cleavon Little. Pryor però lasciò un’impronta fortissima nello spirito del film.

3 – La famosa scena dei peti? Una prima assoluta nel cinema!
La scena dei cowboy attorno al fuoco che mangiano fagioli e… “suonano strumenti a fiato naturali” fu la prima scena di flatulenza di massa della storia del cinema mainstream. Fu così scioccante per l’epoca che alcuni cinema rifiutarono di proiettare il film. Oggi è iconica.

4 – La rottura della quarta parete fu una scelta folle e geniale.
Verso la fine, il film letteralmente “esce da sé stesso”: la rissa nel saloon si sposta su altri set degli studios, inclusi un musical e la mensa. Brooks volle rompere ogni schema narrativo e cinematografico. Un azzardo assoluto, che però ha fatto scuola.

5 – Mel Brooks interpreta più personaggi.
Come spesso accade nei suoi film, Mel Brooks non si limita a dirigere: qui interpreta due ruoli esilaranti — il governatore corrotto William J. Le Petomane e il capo indiano (che parla yiddish!). Gag assurde, ma con un fondo di critica sociale travestita da demenzialità.

6 – Fu un successo clamoroso al botteghino.
Nonostante lo scetticismo iniziale, il film incassò oltre 100 milioni di dollari, una cifra astronomica per l’epoca. Rese Mel Brooks una leggenda e cambiò il modo di fare commedia al cinema.

7 – Il titolo originale era un riferimento a…
Blazing Saddles” si potrebbe tradurre come “selle fiammeggianti“, ma il titolo italiano, “Mezzogiorno e mezzo di fuoco”, è un evidente gioco/parodia del classico western “Mezzogiorno di fuoco” (High Noon, 1952). Una traduzione furba, che anticipava già il tono comico.

8 – Fu candidato agli Oscar… nonostante tutto!
Sì, anche con tutta la follia, il linguaggio e le scorrettezze, ricevette 3 nomination agli Oscar, incluso per la miglior sceneggiatura. A dimostrazione che sotto la comicità c’era un lavoro di scrittura colto e affilato.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito raccoglie i Cookie DoubleClick (per info leggi la Privacy Policy). Fai clic qui per disattivarlo.