Il disprezzo
Ci sono film che non si limitano a raccontare una storia, ma scavano nei nervi scoperti del cinema stesso, e “Il disprezzo” di Jean-Luc Godard è uno di questi. La macchina da presa, nelle mani di Raoul Coutard, non è un semplice strumento di registrazione, ma un occhio che analizza, seziona e riassembla lo spazio: i colori primari – il rosso, il blu, il giallo – diventano quasi un linguaggio parallelo, come fossero emozioni pure messe a nudo. La luce, spesso naturale, avvolge i volti con una crudezza che li rende più veri, come se il mondo interiore dei personaggi fosse scolpito direttamente sulle loro espressioni. La regia di Godard è un equilibrio costante tra distanza e intimità. I piani-sequenza, dilatati e mai frettolosi, lasciano che il tempo del racconto si espanda fino a diventare tensione palpabile. Non c’è fretta di mostrare l’azione; piuttosto, è il silenzio tra i personaggi a parlare, i vuoti e i non detti che si insinuano tra una frase e l’altra. La scena della lunga conversazione tra Camille e Paul nell’appartamento, ad esempio, è quasi un balletto geometrico di sguardi e spostamenti, costruito su un montaggio che alterna improvvise cesure a momenti di immobilità. La colonna sonora di Georges Delerue non accompagna semplicemente le immagini, ma le traduce in sentimento puro. Le note di “Theme de Camille” sono un grido trattenuto, un lamento dolcissimo che sembra suonare dentro i personaggi, piuttosto che intorno a loro. Ogni volta che la musica emerge, diventa una ferita emotiva, un commento sul destino inevitabile della coppia. E poi c’è la dimensione metacinematografica: Fritz Lang che interpreta sè stesso è una sorta di testimone silenzioso della decadenza morale di quel mondo. Godard non solo racconta il cinema, ma lo interroga, lo provoca, lo spoglia delle sue illusioni. La villa di Casa Malaparte a Capri diventa quasi un personaggio autonomo, una scultura di pietra che domina i protagonisti, simbolo di un isolamento che divora e consuma. “Il disprezzo” non è un film da guardare soltanto: è un film da attraversare, come una lunga meditazione sulla fine dell’amore, sull’incomunicabilità, e sul cinema stesso. Ogni scelta tecnica – dal montaggio frammentato alla saturazione dei colori, dall’uso del sonoro ai silenzi – non è mai gratuita, ma è un tassello di un discorso più ampio, intimo e crudele. Un’opera che, a distanza di decenni, resta un monolite della Nouvelle Vague, ancora capace di inquietare, commuovere e sorprendere.
Trama – fonte: www.comingsoon.it
Paul Javal, uno scrittore di gialli viene chiamato da un produttore americano, Prokosch, per sceneggiare un film sull’Odissea. Il film dovrebbe essere diretto dal celebre Fritz Lang. Il produttore non nasconde la corte assidua che fa ad Emilia, la giovane moglie dello scrittore. Questo provoca la rottura definitiva fra i due sposi. Emilia, nel tornare a Roma in compagnia del produttore, però, muore miseramente in un incidente automobilistico a bordo della fiammante Alfa del produttore.
Cast – fonte: www.comingsoon.it












Trailer
Riconoscimenti – fonte: www.mymovies.it
Il film sorprendentemente non ottenne riconoscimenti di rilievo.
Curiosità – fonte: www.davinotti.com
1.Godard avrebbe voluto, come interpreti principali, Frank Sinatra e Kim Novak, mentre Carlo Ponti suggeriva Marcello Mastroianni e Sofia Loren. Alla fine si raggiunse il compromesso: Michel Piccoli e Brigitte Bardot.


